23 agosto 2017

In pensione a 45 anni.

Uno degli aspetti meno discussi del decreto Bondi sulle Fondazioni Lirico-sinfoniche è l’abbassamento del limite per il raggiungimento dell’età pensionabile dei danzatori. Una norma che riguarda tutti, non solo gli impiegati degli enti lirici.

Risorse on-line:

Il decreto 64 del 30 aprile 2010

Comments

  1. Grazie Gio, effettivamente questo articolo è passato un pò in secondo piano, visto il terremoto che c’è stato relativo alla questione contrattuale.
    Vorrei condividere un paio di cose con voi in relazione a questa cosa della pensione: per averela pensione non basta, ovviamente, avere 45 anni di età anagrafica. Infatti devi avere almeno 20 anni di attività lavorativa dal versamento del primo contributo. Inoltre bisogna avere un numero minimo di giornate lavorative. Facendo una media si calcola che per avere una pensione minima, più o meno come quella sociale (a cui però non si può accedere a 45 anni), bisogna lavorare grosso modo almeno sei mesi l’anno per vent’anni.
    Questi sono solo dei calcoli approssimativi ovviamente, ma attendibili.
    E’ chiaro che chi lavora nelle fondazioni liriche potrà accumulare una dose sufficiente di contributi, o compagnie private abbastanza grosse nelle quali si hanno contratti di diversi mesi (aterballetto, balletto di toscana, balletto di Torino…), ma gli altri che fanno danza contemporanea e che accumulano un contributo alla volta….beh, la vedo un pò dura.

  2. Qui sotto vi incollo un’intervista rilasciata da Silvano Conti. Scusate se ve la metto qui per esteso, ma purtroppo era inserita in un contesto in cui non sarebbe stato facile trovarla attraverso un link, quindi ve la metto qui:

    Silvano Conti, delegato Slc Cgil, non arretra di un passo.

    Domani (oggi ndr) l’incontro con Bondi Domani le quattro rappresentanze sindacali del settore (“unite più che mai”, precisa Conti) incontreranno il ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi, su sollecitazione diretta del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha prima rimandato al mittente e in un secondo momento firmato il decreto di revisione dell’attuale assetto delle fondazioni lirico-sinfoniche, in totale 14, che ora attende di essere convertito in legge entro 60 giorni. “Noi chiediamo che venga ritirato a favore di una riforma discussa in Parlamento e concertata con noi” spiega Conti. Nel frattempo non si arrestano le contestazioni del comparto, e per stasera è prevista una kermesse musicale al teatro dell’Opera di Roma, a cui hanno già aderito elementi dell’orchestra e del coro dell’Accademia di Santa Cecilia, del Maggio Musicale Fiorentino e del Teatro San Carlo di Napoli.
    “Vista la situazione non possiamo far altro che proseguire con scioperi e proteste. Per il 17 maggio stiamo organizzando inoltre una grande iniziativa a Roma con tutte le forze parlamentari e le amministrazioni locali di destra e di sinistra per creare una opinione pubblica sulla questione”.
    Conti, cosa contestate al provvedimento?
    “È un decreto che punta alla destrutturazione del lavoro e affronta solo un aspetto: l’attacco alla contrattazione nazionale di II livello. Sono tre anni che con l’Agis discutiamo, senza esito, del contratto nazionale di lavoro e ora vengono a dirci che il nostro referente è diventato l’Aran (Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni)”.

    Quindi la vostra opposizione è di natura contrattuale?
    “Assolutamente sì, visto che siamo di fronte a un tentativo di destrutturare l’occupazione, reintroducendo di fatto la legge 43 che eravamo riusciti ad abolire durante il mandato di Rutelli. Le spiego meglio: gli stipendi dei lavoratori degli enti sinfonici di II livello (musicisti, maestranze, tecnici e amministrativi) vengono erogati in parte dal contratto nazionale e per l’altra dal contratto aziendale con i rispettivi teatri. Ecco, il decreto prevede, a partire dal 1 gennaio 2011, il divieto delle attività autonome per il personale del comparto (che saranno possibili solo dietro autorizzazione del sovrintendente), vale a dire tagli sugli stipendi del personale che dovranno attenersi alla sola contrattazione nazionale. Mettiamo un musicista percepisca in totale 2mila euro, il suo compenso verrebbe decurtato del 50-60%. Misura incostituzionale che ci costringe a ricorrere alla Consulta giuridica”.

    Si parla anche di blocco delle assunzioni…
    “Sì, il cosiddetto turn over, ovvero il blocco delle assunzioni per tre anni, nonostante le piante organiche siano funzionali all’attività del teatro, e perciò depositate presso il ministero e, soprattutto, per il 60% agganciate ai soldi del Fondo unico dello spettacolo (Fus). Il decreto prevede la sostituzione solo del personale venuto a mancare nell’ultimo anno. Le faccio un esempio: se in tre anni vanno via 10 persone e solo nell’ultimo anno una sola, verrà integrata quest’ultima, con un organico che rimane scoperto di 9 persone”.

    Quali soluzioni proponete?
    “Vogliamo parlare con persone competenti che non ragionano per slogan. Qui nessuno risponde a nessuno e basterebbe che il sovrintendente e i Consigli di amministrazione dei teatri rispondessero in solido sui buchi di bilancio delle fondazioni. Chiediamo maggiore competenza da parte dei sovrintendenti in carica, che vengano scelti in base a bandi nazionali e internazionali. A parte Lissner – che abbiamo importato dall’Opera di Parigi – in giro non vediamo nessuno all’altezza della situazione. Sono almeno 10 anni che ci facciamo promotori di una vera riforma, immaginando un futuro per i teatri lirici che sono un dato identitario del nostro Paese”.

    Ne è così sicuro? Eppure ieri su La Stampa è uscito un articolo in cui da un confronto con gli altri teatri europei, i nostri ne uscivano con le ossa rotta in quanto ad attività e produzione…
    “I problemi esistono, non li neghiamo. E siamo convinti che solo la stabilità occupazionale può garantire la qualità produttiva. Il gap non dipende da chi lavora ma da chi amministra le fondazioni”.

    Non crede che l’ingresso di capitali privati, come auspicato da Bondi, non potrà che introdurre nuove risorse nel settore?
    “I capitali privati sono già entrati nei teatri con la trasformazione degli enti lirici in fondazioni. Servirebbero maggiori iniziative di supporto, anche in termini fiscali. Non siamo contro il riconoscimento di alcune eccellenze, come la Scala di Milano e l’Accademia di Santa Cecilia a Roma, ma anche le altre fondazioni devono essere garantite e deve essere rispettato un maggiore equilibrio tra partecipazioni pubbliche e private”.

    Però mi scusi, è anche vero che i teatri sinfonici “succhiano” da soli almeno il 60% del Fus…
    “E’ un gioco truccato in partenza, visto che siamo l’unico paese civile che spende per la cultura lo 0,23% del Pil. Le faccio di nuovo un esempio: io sono una fondazione e faccio una programmazione triennale sulla base di un certo budget. Se ogni anno il governo di centrodestra mi taglia il Fus, danneggia in corso d’opera il mio piano di lavoro, tagliando fondi che ho già speso. Il problema è a monte: non si investe nella cultura. Gli altri paesi, nonostante siano in crisi come noi, hanno investito in istruzione, innovazione, ambiente e cultura. Da noi si taglia soltanto, e dobbiamo pure dire che va tutto bene”.

  3. Mi sa che stiamo brancolando nel buio, che forse è peggio che avere una cattiva legge. Io avevo capito che questo decreto avrebbe creato una pensione di anzianità, per cui avrebbero poi cambiato i requisiti per accedervi. Credo che l’Enpals dovrà aggiustare un po’ di cose, una volta convertito il decreto in legge.
    La regole ufficiale è: 20 anni contributivi (e un anno contributivo sono 120 giornate di lavoro enpals). Totale: 2400 giornate lavorative.
    Detto questo, se noi stessi personale artistico cominciassimo a lavorare sempre sotto agibilità, sarebbe già qualcosa. Se non lo facciamo, non esistiamo per le statistiche, e quindi i legislatori, anche volendo, non potranno mai ‘vedere’ quali possono essere i nostri bisogni. L’approvanda legge Carlucci-De Biasi comunque ci permetterà di pagare i contributi figurativi per poter raggiungere i margini necessari a maturare la pensione.

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