19 maggio 2012

sulla definizione della danza | Vita d'artista | Forum

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sulla definizione della danza

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14:03
6 dicembre 2010


luna

Member

posts 40

Post edited 14:06 – 6 dicembre 2010 by luna


Buongiorno a tutti,

prendo spunto dal racconto di Silvia per parlare di qualcosa che mi sta molto a cuore.

Per quanto riguarda il discorso gd' a io non posso dire nulla, non sapendo nulla del concorso; sicuramente, dopo il primo shock iniziale per l'irruenza nella comunicazione, io vedo questo confronto come positivo, e che potrà apportare un arricchimento ad entrambe le parti, artisti e organizzatori.

Io però volevo parlare di una cosa che mi vede in primo piano…Il drammaturgo che dice "che si suicidi" a un'artista in una fase di creazione ancora fragile…

Sicuramente il drammaturgo è stato onesto e ha detto la sua, non è quello il problema, ognuno sceglie le proprie modalità di comunicazione.

Io però vorrei risalire a monte, all'idea di danza contemporanea che vige in Italia.

In Italia, per carenze storiche ormai molto evidenti, c'è una visione della danza a senso unico, e si è data molta importanza ad alcune esperienze ignorandone volutamente delle altre.

Questo è un problema che io sento particolarmente, perché non mi sono formata con la generazione degli artisti predominante in Italia, ma (oltre a diverse esperienze all'estero), soprattutto con la generazione di artisti degli anni 90, già abbastanza bistrattata di per sé.

Tutto quello che era confine, contaminazione tra performing arts e danza, ricerca di altri linguaggi, è stato immediatamente bollato, messo in una piccola gabbietta da zoo, e costretto a fare innumerevoli compromessi per sopravvivere. E ora è peggio. Sembra che ci siano più possibilità, ma non è proprio così vero. Gli stessi luoghi che proponevano situazioni in cui era possibile sperimentare, si restringono sempre di più. Non ci sono operatori coraggiosi (eccezioni fortunate a parte) che si prendano carico del lavoro di un artista e lo promuovano, si preferisce tutti stare sull'onda che "funziona", costingendo anche gli artisti che potrebbero sviluppare un linguaggio altro, ad adattarsi immediatamente a delle logiche di vendita, subito, dopo due mesi che si lavora in sala.

Chi non si adatta viene scartato, a chi riesce a "girare" però non va di certo meglio; viene inserito in una macina produttiva che pretende dall'artista di vent'anni le stesse modalità produttive di uno di cinquanta; beh, forse l'artista di vent'anni non ha così tanto bisogno di sfavillii e di essere inserito in un mercato tritura artista, ma di costruire con solidità la propria identità. Di avere un accompagnamento professionale serio.

A chi propone dei percorsi di accompagnamento alla creazione, io proporrei di prendere in considerazione l'idea che, almeno per la prima fase di creazione, così fragile, l'artista possa avere un minimo di voce in capitolo su chi scegliere come tutor. Quando il lavoro è più solido, si può fare i conti con l'esterno, con i drammaturghi, con il pubblico, con il "mercato". Non prima, a rischio sopravvivenza …

Questo è un umile consiglio…Tutto il resto della questione è enorme, ma sarebbe bello se se ne parlasse, dopo anni di silenzio…

03:07
7 dicembre 2010


Silvia

Member

posts 3

Post edited 12:34 – 10 dicembre 2010 by Silvia


 

 

 

 

 

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