19 maggio 2012

riflessioni sul senso della parola LAVORO | Vita d'artista | Forum

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riflessioni sul senso della parola LAVORO

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18:13
6 settembre 2010


david

Member

posts 17

partirei da lontanoConfused…era una notte buia e tempestosa!!

inserisco la parola arte su Wikipedia…

…vediamo:

latino: Ars.

greco: Τέχνη

indica la capacità umana di fare un qualsiasi oggetto.

La capacità consiste nella conoscenza delle regole.

…quindi qualcuno ha scritto o pronunciato delle regole?!qualcuno si è preso la briga!Surprisedva do avanti…

Che cosa intendessero per "arte" gli antichi può essere compreso se si pensa alle nove Muse, che proteggevano e personificavano le diverse arti. Nell'elenco, in cui curiosamente…

(…qui ci sarebbe da riflettere su questo avverbio, ma non mi pare il momento)

mancano le arti figurative come la pittura e la scultura, sono invece rappresentate soprattutto le arti dello spettacolo: la danza la tragedia e la commedia, il mimo…

(…già allora il mimo era ben distinto dalla danza…oggi qualcuno ancora lo confonde con essa…),

…nonché i vari tipi di poesia, che nell'antichità, anche se scritta, era destinata soprattutto ad essere declamata o cantata. Sono inoltre comprese tra le "arti" protette dalle muse due discipline che noi oggi comprendiamo invece tra le scienze: la storia e l'astronomia…

 

…bene può bastareYell!

 

comincio la mia riflessione con una delle infinite definizioni di arte perchè il mio obiettivo è quello di conquistare una definizione della parola Lavoro correlata all'arte…ma ci vorrà tempo…

visto che oggi mi sento un pò segaioloCool…ecco…

ma l'arte è un lavoro?

va retribuita?

richiede ricerca?

richiede riflessione?

richiede incubazione?

richiede decantazione?

richiede violenza?

va dichiarata?

ci sono orari?

ci sono sindacati?Kiss

ci sono regole?

ci sono ferie?

si paga a ore?

come si legge?

come si giudica se il lavoro è ben fatto?Cool

c'è un committente?

c'è anarchia?

c'è una pensione?

c'è un tempo?Confused

c'è uno spazio?

c'è una necessità'

c'è un disagio?

c'è precariato, disoccupazione?Cry

come ci si comporta quando un'opera non ci piace?

quali codici linguistici usano gli artisti?

c'è un linguaggio di settore, tecnicismi?

perchè quando si parla di arte alla gente viene in mente un privilegio per pochi eletti chiusi in una torre d'avorio e non viene in mente la parola LAVORO????

 

 

 

 

10:47
7 settembre 2010


david

Member

posts 17

vi è mai capitato di rispondere alla domanda fatta da amici oparenti del tipo:

—"di cosa ti occupi? che lavoro fai?"

—"sono un performer, mi occupo di danza, composizione…"

—"si, ma di lavoro che fai?"

—"…Yell"

 

qui c'è un problema serio…parliamone…

la parola arte non è correlata alla parola lavoro

eppure la parola arte sembra sia nata proprio per indicare il lavoro…

quindi cosa è successo?

cosa dice la storia?

colpa della politica?

colpa solo della politica?

Confused

10:56
7 settembre 2010


david

Member

posts 17

riparto dalla parola dignità correlata alla parola lavoro…inserisco su google…

vediamo…Frown

un articolo di Wanda Piccinonno…

In un'epoca che inscrive nel suo statuto un uso ideologico della flessibilità del
lavoro, giova fare un breve excursus storico sull'argomento, per comprendere che, in nome
della modernità, il concetto di comunità si sta riducendo alla sua accezione
reazionaria. I

bene!Kiss

ndubbiamente il tema concernente il lavoro ha sempre suscitato interesse;
infatti, già Esiodo, nella Grecia antica, parlava della dignità del lavoro e del suo
posto nell'ordine morale. Nel corso dei secoli, il lavoro, però, è stato assunto in una
duplice valenza: come gioia e come pena.

croce e delizia! penso che un possibile problema sia il PUDORE di noi artisti nel dichiarare ( a volte) di fare un lavoro che amiamo profondamente, come se fosse una colpa!!!!ci ritornerò…Wink

 

Per citare alcuni esempi, Tolstoj ritiene che il
lavoro renda crudeli, Zola loda il lavoro, Sartre parla dei giorni maledetti della
settimana. Prendendo in esame Marx, Bergson, Freud, emergono tre aspetti fondamentali:
mezzo di sussistenza, soddisfazione dei bisogni vitali e legame sociale. Al di là delle
diverse griglie interpretative, il dato inconfutabile è che il lavoro dovrebbe essere
fonte di gratificazione e di socializzazione, ma, la verità fattuale dimostra che è
stato sempre il fattore determinante della discriminazione sociale.

za za!

 

Una visione sinistra
è poi quella della seconda guerra mondiale, basti pensare che all'entrata del campo di Auschwitz
vi era scritto: "Il lavoro rende liberi" , un motto paradossale e cinico, se si
pensa che in quel campo sono stati massacrati quattro milioni di uomini.

e l'arte?

 

Ovviamente, non potendo trattare con dovizia di dettagli tutta la storia del lavoro,
circoscrivendo il discorso, si può formulare una proposizione-chiave, ossia che non è
l'attività laboriosa e creativa, bensì la privazione del lavoro che è intollerabile
all'uomo. Facendo un'analisi globale sul tema del lavoro, si evince che le società che
hanno preceduto il capitalismo erano caratterizzate da un vincolo personale fra dominanti
e dominati, mentre, con il capitalismo, i rapporti sociali hanno assunto una natura
astratta, anonima. Attualmente, superata la fase taylorista-fordista, tramontata la logica
della produzione di massa, sono venute meno la programmabilità e l'uniformità.

Surprised

 

Senza
voler enfatizzare il fordismo, è lecito riconoscere che, per via della programmazione
strategica, garantiva il riconoscimento del lavoratore. Marco Revelli sostiene che il
fordismo è paragonabile al cristallo, in virtù della sua linearità, invece, il
post-fordismo al fumo, per il suo carattere proteiforme e inafferrabile. In questa nuova
prospettiva, il lavoro organizzativo destruttura, delocalizza il lavoro, rendendolo
flessibile, precario e sempre più immateriale. Artatamente la flessibilità viene
spacciata come superamento della divisione del lavoro e come un cambiamento epocale, che
dovrebbe liberare l'umanità dalle condanne bibliche e dagli effetti nefasti della logica
del mercato.

…bene…

 

In realtà, la flessibilità, è un eufemismo che legittima un modello di
lavoro iniquo e servile. Ciò consente di eliminare la dignità del lavoro, in sede
politica, giuridica e sociale. Un aspetto da non sottovalutare è che, nella fase odierna,
il capitale, per via dell'indefinito potenziamento della tecnica, diviene
  accumulazione di conoscenza, ossia capitale cognitivo. Roberto Finelli osserva che
questo paradigma richiede forza-lavoro mentale, sicché la forza-lavoro cessa di essere il
corpo e comincia ad essere la mente. Al di là dei paradigmi diffusi dall'inquinamento
ideologico dilagante, emerge che, sia pure in guise diverse, i meccanismi del capitalismo
si ripetono, perché alla base di tutti i processi, si afferma sempre la sussunzione del
lavoro vivo in lavoro oggettivato.

Purtroppo, nel dibattito contemporaneo, si tende a raggiungere giudizi definitivi e a
fare previsioni epocali, spesso più suggestive che fondate, più attive sul piano
dell'immaginario che su quello di un'analisi critica. A questo proposito Enrique Dussel
osserva che agli intellettuali sfugge la complessità e l'ampiezza della situazione
esistente, infatti, pochi riescono a focalizzare l'attenzione sulla relazione tra
capitalismo avanzato del "Primo mondo" e lo sfruttamento del "Terzo
mondo". Partendo da questi presupposti, Dussel sottolinea che la globalizzazione, con
la sua essenza disumanizzante, sta perpetrando le oppressioni più brutali nell'America
latina.

Preso atto che le osservazioni fatte non risultano esaustive, ritengo che fare
esplicito riferimento al tema del lavoro vivo possa sortire effetti positivi. Come
lucidamente rileva Marx, il capitalismo "succhia lavoro vivo e più vive quanto più
ne succhia". Il lavoro vivo è potenza, possibilità, abilità, cioè capacità
lavorativa del soggetto vivente e, quindi, è forma reale, non feticizzata della persona,
ma diventa cosa,nella posizione feticizzata. Attualmente,con il crescente dominio della
tecnica, non solo si ripropone, come vuole E.Severino, la dialettica hegeliana del
"Signore" e del "Servo", ma si rivela anche attuale l'analisi Marxiana
fatta nei "Grundrisse", nel capitolo delle macchine. Marx sostiene che, con il
sistema automatico delle macchine, l'attività dell'operaio è ridotta a semplice
astrazione di attività, sicché al lavoro oggettivato si oppone il lavoro vivo. Ciò
significa che il lavoro vivo è ridotto a semplice accessorio vivente di queste macchine,
come mezzo della loro azione.

 

mmmmmm….


E' evidente che il lavoro vivo è la chiave materiale di
tutta la dinamica della produzione, è la potenza che trasforma la natura in storia. Il
lavoro vivo, però, è "l'indomabile Dioniso della libertà" e quindi, per la
sua natura, non si può adeguare ai parametri dell'alienazione ed è, proprio in virtù di
tali assunzioni, che può costituire l'elemento dinamico di rottura del sistema.
D'altronde, il lavoro vivo, rappresentando la vis viva del soggetto vivente, può, con la
sua potenza, produrre vaste reti di lavoro sociale autoorganizzato, fuori dalle catene del
capitale. Ne consegue che solo partendo dai bisogni reali, si pone la dimensione politica
dell'antagonismo tra capitale e lavoro vivo.

Vero è che la logica dell'azienda sopprime gli antagonismi tra capitale e lavoro,
spostando questi antagonismi verso gli esclusi e i lavoratori periferici. In  questo
quadro, stile Toyota, si inscrivono anche le imprese subappaltatrici, che forniscono
sottoinsiemi completi, sviluppati con l'impresa-madre. Ciò consente di imporre la
flessibilità degli orari e degli organici impiegati. Questo "disordine
istituito" impone l'esigenza di creare nuove relazioni sociali,nuovi spazi, nuove
forme di vita. In questa prospettiva, si dovrebbe riconoscere a tutti il diritto di
lavorare in modo discontinuo, garantendo, nel contempo, un reddito continuo. Ciò non
significa optare per forme obsolete di assistenzialismo, ma consentire la libertà di
scelta. Una nuova cultura del lavoro, dunque, per promuovere l'autoorganizzazione del
lavoro e creare una sovranità individuale e collettiva del tempo.

ok!!Cool

 

Anche a questo
proposito lo spettro di Marx torna a parlare affermando che "il lavoro è
il fuoco che da vita e
forma; le cose sono transitorie e
temporali, giacché subiscono l'attività formatrice del tempo vivente".

Il lavoro vivo, dunque, liberandosi dalle catene reificanti del lavoro salariato,

ecco!!!!!!

 

può
produrre vita, società, cultura.

 

 

rifletto…Confused grazie signora Wanda!!!!

 

09:40
9 settembre 2010


david

Member

posts 17

rileggendo l'articolo mi verrebbe da introdurre anche altri temi provenienti da immagini quali

Signore e Servo…

flessibilità...

ma potrebbe portarmi fuori strada, per questo torno al più banale dei concetti dell'articolo della signora Wanda …il più scontato (?)

mezzo di sussistenza

uno strumento grazie al quale incassiamo denari (questa è una frase che scriverei su un telegramma che spedirei anonimo a certe grandi vetrine sulla danza contemporanea!)…denari utili alla sussistenza …ovvero per vivere (tipo per comprare latte,acqua,biscotti,insalata,pane,crema idratante) ma anche ad un altro fondamentale aspetto della sussistenza (artistica e non): ri-investire (in nuove produzioni, nuovi materiali, nuove musiche,nuove esperienze formative)!!!

ecco, non sarà forse per il fatto di essere sempre così poco pagati che il nostro lavoro non viene riconosciuto?…

riusciamo a guadagnarci da vivere?

io si, ad esempio ci pago anche il mutuo con i soldi del mio lavoro. Non supero i 900 euro al mese, mi vesto benissimo coi saldi di H&M,faccio la spesa al discount, vado al cinema e scrocco biglietti per il teatro se riesco!

però il problema del pagamento opzionale all'artista esiste! …e poi noto con sgomento che i danzatori vengono sempre pagati meno dei musicisti e addirittura meno delle maschere a teatro!e non vado oltre…

il problema della difficoltà a reperire fondi esiste!

non tutti hanno il coraggio di scegliere di fare gli artisti per paura di non guadagnarsi da vivere…questo è un grosso problema! perchè io penso che il rischio valga la pena correrlo …e una SCELTA va fatta!

o dentro o fuori l'arte!(nuovo tema da approfondire)

non capisco come si possa stare in mezzo…ma se qualcuno me lo può spiegare, io sono tutto orecchie!

intanto rifletto sui quattrini!

rifletto…come davanti ad un quadro di Goya.

 

 

 

11:42
9 settembre 2010


Maiko

milano

New Member

posts 2

david said:

vi è mai capitato di rispondere alla domanda fatta da amici oparenti del tipo:

—"di cosa ti occupi? che lavoro fai?"

—"sono un performer, mi occupo di danza, composizione…"

—"si, ma di lavoro che fai?"

—"…Yell"

 

qui c'è un problema serio…parliamone…

la parola arte non è correlata alla parola lavoro

eppure la parola arte sembra sia nata proprio per indicare il lavro…

quindi cosa è successo?

cosa dice la storia?

colpa della politica?

colpa solo della politica?

Confused


 

Mi sono imbattuto spesso per varie vicissitudini,
professionali (legati ad un “io” che paga le bollette) e ultra professionali
(il mondo degli interessi) al concetto di teatro del corpo, ovvero tutte quelle
messe in scena del mondo intrapsichico del singolo nello sfondo di un corpo che
diventa canale di comunicazione, in cui 
qualunque segno può avere il valore di missiva, appunto, o messaggio e
in cui si scioglie l’importante passaggio dall’esprimere al comunicare. Da
UDS  ( Uomo Della Strada), semplice quale
mi ritengo, nella danza il linguaggio di questa divulgazione di concetti o di
avvisi è il movimento danzato. Mi sono chiesto più volte se nel danzatore il
suo muoversi esprime la sua unicità, la sua identità. Quasi a livello
terapeutico io stesso ho trovato nella danza un mezzo per la scoperta del
proprio corpo e in particolare di quelle che sono le sue capacità espressive,
anche come punto di contatto del mondo e della realtà esterna. Forse perché
nella danza, a differenza di altre arti, il processo creativo inserisce
l’individuo in un’area transazionale in cui possono emergere nodi conflittuali
dell’identità soggettiva e intersoggettiva: il danzatore è una penna su di un
foglio, ma a differenza dello scrittore, il coreografo   combatte/collabora con un corpo che non è
suo e che non sempre può essere plasmato completamente. Il movimento è
espressione quindi di una unicità di quell’individuo? Quel linguaggio è capace
di evocarmi emozioni, immagini, simboli, con il filtro del mio vissuto. Concetto
forse ampliabile a tutte le altre categorie di ciò che oggi è definito come
performer o creativo…
Per questo pago, per questo compro un biglietto e vado a
teatro, o entro in una galleria a divorare con gli occhi installazioni, video.  Purtroppo troppo spesso ne esco deluso e mi
dico: era meglio forse quella retrospettiva su Alvaro Vitali … non capisco come
mai certe cose arrivino su un palco. La selezione all’ingresso dei luoghi
deputati a trasmettere arte permette l’ingresso a pseudo elaboratori creativi
che mettono in scena una scatola colorata, ci fanno una pernacchia e mostrano
una tetta… meglio forse Edwige Fenech nella retrospettiva di cui sopra. Vetrine
di giovani artisti con 50 anni stampati sulla carta d’identità sono troppo
stanchi per stupire il pubblico e tornano indietro, a recuperare le coreografie
di Loïe Fuller, gli spunti teatrali di Appia Adolphe… forse per questo si
spende male e si produce pagando chi l’arte la emula o meglio ne perde
consapevolezza, tanto oggi tutti possono fare tutto: il danzatore diventa
coreografo, l’attore diventa regista, la ballerina quasi pin up che insegna
danza alle mie figlie … c’è Melissa P che fa la scrittrice … e così via la
professione evapora della sua accezione e chi è pagato lo è ingiustamente, ma
ancor peggio di perde l’idea che la parola
arte
possa essere a pieno correlata all’accezione di
professione.

La danza quale cenerentola delle arti paga forse il pegno di
un elitarismo del passato, ma oggi tutto sfuma in un grande calderone. Sulla
questione si aprirebbe un immenso dibattito, e con tono provocatorio lancio proprio
in merito alla danza a mia volta una domanda che va oltre la retribuzione, pur
importante e necessaria, ma oggi ,nel XXI secolo, possiamo pensare di costruire
un repertorio della danza del Novecento?

Intanto prenoto i biglietti per il remake con Leonardo Di Caprio di <<Pierino e la Supplente>>.

16:22
9 settembre 2010


Cleopatra

New Member

posts 1

Mi sembra che David e Maiko aprano un dibattito immenso e che ci riguarda tutti (non solo danzatori/coreografi)

 Mi ricordo negli anni ottanta l' esperimento del ministero della cultura in Francia di Lang, che sovvenzionava le giovani compagnie, i giovani artisti, anche i progetti innovativi, di tutte le arti. Fiorivano situazioni, mulinavano progetti. Questi miracoli -raramente -avvengono.

 In molte nazioni esiste un sussidio per gli artisti, come sappiamo.

 E’ ovvio che una sovvenzione statale troppo invadente può soffocare il percorso artistico. Ma la quasi assenza di sovvenzioni, come accade in Italia, non fa attecchire le piante.

E poi c’è altro: esiste un condizionamento fortissimo, strisciante ma anche dichiarato a tratti (come fa notare David), per cui l’artista socialmente non ha status, pronunciare addirittura la parola “artista” relativamente a se stessi sa di presuntuoso, di puerile se non di peggio (solo una volta  che si è arrivati a una certa fama  lo status di artista  viene riconosciuto, il che sa di assurdo e fa anche parecchio irritare)

A fronte di questa situazione deteriore il nuovo corso dell’ultimo governo ha infierito svuotando il contenitore già precario della cultura, stracciando finanziamenti, quindi demolendo concretamente e idealmente il castello di carte già precario.

 

Però le ragioni stanno sempre da due parti, ed è certo che  una professionalizzazione forte, se pure, ok! richiede una specie di sforzo eroico dell’artista che ci prova, è necessaria, si debba continuare a giocare come carta.

E' eticamente scorretto profittare del basso clima che si è  (ormai) creato per andare sulla scena o pubblicare, ecc, e autogiusticarsi delle proprie carenze di talento e di formazione.

 

FrownC’è sempre l’espatrio, che è ancora possibile, se proprio qui non ce la si fa. 

09:52
10 settembre 2010


david

Member

posts 17

grazie maiko e cleopatra…

 

mi avete dato ottimi spunti su cui riflettere…

e visto che nei prossimi giorni sarò in viaggio avrò tutto il tempo per tornarci su!

(andrò a fare un seminario di direzione della fotografia e poi a Rovereto per il festival di danza!…

così potrò aggiornarvi su ciò che ho visto e provato in quel di rovereto!!)

 

intanto mi annoto i vostri spunti…con la promessa di ritornarci al più presto…

 

dal commento di Maiko:

Forse perché

nella danza, a differenza di altre arti, il processo creativo inserisce
l’individuo in un’area transazionale in cui possono emergere nodi conflittuali
dell’identità soggettiva e intersoggettiva:

e qui c'è materiale per 30 post!!!

il danzatore è una penna su di un

foglio, ma a differenza dello scrittore, il coreografo   combatte/collabora con un corpo che non è
suo

quanto è vero!

e che non sempre può essere plasmato completamente. Il movimento è
espressione quindi di una unicità di quell’individuo?

 

Per questo pago, per questo compro un biglietto e vado a
teatro, o entro in una galleria a divorare con gli occhi installazioni, video.  Purtroppo troppo spesso ne esco deluso e mi
dico: era meglio forse quella retrospettiva su Alvaro Vitali

!!!Cry

… non capisco come
mai certe cose arrivino su un palco.


 e dal commento di Cleopatra

pronunciare addirittura la parola “artista” relativamente a se stessi sa di presuntuoso, di puerile se non di peggio (solo una volta  che si è arrivati a una certa fama  lo status di artista  viene riconosciuto, il che sa di assurdo e fa anche parecchio irritare)

grande ritratto cleopatra!

 

Però le ragioni stanno sempre da due parti,

qui voglio andare in profondità!!!!

ed è certo che  una professionalizzazione forte, se pure, ok! richiede una specie di sforzo eroico dell’artista

eroico vero!!!!

che ci prova, è necessaria, si debba continuare a giocare come carta.

E' eticamente scorretto profittare del basso clima che si è 

altra verità assoluta!

(ormai) creato per andare sulla scena o pubblicare, ecc, e autogiusticarsi delle proprie carenze di talento e di formazione.


 e infine…

l’espatrio,

Cry


a presto 

intanto rifletto…


 


 

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